Un passo in più (e un po’ di sole rubato)
la mia prima esposizione con un Ginepro fenicio
Dal 24 al 26 aprile 2026 ho vissuto un’esperienza che aspettavo da anni: presentare per la prima volta una mia pianta in uno dei più importanti convegni bonsaistici italiani, organizzato dal Bonsai Club di Arco di Trento e dall’Unione Bonsaisti Italiani.
La protagonista è un Juniperus phoenicea che ho raccolto nel 2015 su una scogliera a picco sul mare, una pianta che mi ha accompagnato per oltre dieci anni di coltivazione.
Coltivare un’essenza mediterranea al Nord Italia non è esattamente la strada più semplice. Eppure, col tempo ho capito che la chiave era una sola: sole, tanto sole.
E qui entra in gioco la parte più “delicata” della storia.
Il mio giardino è diviso in due: a nord… io e i miei bonsai. A sud… mia moglie e le sue piante grasse.
Per anni ho rispettato questa pacifica convivenza, finché un giorno il mio amico e maestro, Donato Danisi, guardando le mie conifere mi disse: “Qui manca il sole. Devi spostarle.”
Detto così sembrava facile. In realtà ci sono voluti anni di trattative degne di un vertice internazionale per ottenere qualche centimetro quadrato al sole!
Ma ne è valsa la pena: da quel momento le mie conifere hanno cambiato marcia. Più vigoria, più compattezza, più qualità.
Morale? Nel bonsai serve tecnica… ma anche un buon spirito diplomatico.
Nel corso degli anni sono riuscito a infittire bene i palchi, anche se il lavoro non è ancora finito. La strada verso la maturità completa è lunga, ma è proprio questo il bello.
La pianta è stata lavorata e rinvasata insieme al mio amico e maestro, Alfredo Salaccione, che è stato anche colui che mi ha spronato a fare il passo successivo: presentarla all’Unione Bonsaisti Italiani. Senza quella spinta, probabilmente, sarebbe rimasta ancora a lungo “in lavorazione” nel mio giardino.
Ho scelto uno stile moyogi (eretto informale), cercando di esprimere un carattere femminile: linee morbide, eleganza e naturalezza. In natura lo Juniperus phoenicea cresce spesso in condizioni estreme, tra rocce e sabbia, e ho voluto mantenere quel senso di adattamento e leggerezza.
Alcuni rami lunghi lasciati in fase di raccolta sono stati trasformati in jin, fuoriuscendo dalla chioma e dando movimento alla composizione.
Per l’esposizione ho scelto un vaso Keizan color sabbia, in richiamo diretto all’ambiente naturale della pianta. I piedini a nuvola alleggeriscono l’insieme e ne esaltano il carattere femminile. Il tavolino, realizzato su misura da Enrico Cattaneo, completa la scena con equilibrio.
Come elemento di accompagnamento ho inserito una Caretta Caretta in bronzo realizzata da Andrea Terinazzi: un piccolo dettaglio, ma significativo, perché condivide lo stesso habitat del ginepro durante il periodo di deposizione delle uova.
Sul fondo, il kakejiku realizzato dall’amico bonsaista Emanuele Crippa raffigura una luna sul mare, completando un’atmosfera sospesa e quasi onirica.
Con questa composizione ho cercato di raccontare non solo una pianta, ma un ambiente.
Faccio bonsai dai primi anni ’90, ma non avevo mai esposto. Oggi posso dirlo: è stato un limite. Senza quell’obiettivo si rischia di fermarsi un passo prima del vero compimento.
Esporre cambia tutto. Ti costringe a vedere il bonsai con occhi diversi: non solo coltivazione, ma estetica, equilibrio, scelta del vaso, del tavolino e attenzione al Kazari, fino alla presentazione nel Tokonoma.
Per questo mi sento di dire a tutti: fate questo passo in più.
Mettetevi in gioco. Portate una pianta in esposizione. È lì che si cresce davvero.
I tre giorni di Arco sono stati, come sempre, memorabili, grazie anche all’organizzazione impeccabile del Bonsai Club di Arco. Anche come club, è l’appuntamento più atteso dell’anno: c’è chi si ferma per tutti e tre i giorni e chi riesce a fare anche solo un salto il sabato o la domenica, per visitare la mostra, assistere alle dimostrazioni e partecipare ai convegni.
Senza contare il fascino del mercatino, sempre ricco di bonsai, materiali e attrezzature… un vero paradiso per ogni appassionato.
Paolo Rossi